Una testimonianza : Frei Betto parla di Frei Tito

Nel Giardino della nostalgia

Tito fu macerato nella carne fino a che il dolore e la paura raggiunsero l'intimo della sua anima. Come fedeli guardiani di un sistema iniquo, poliziotti e soldati svuotarono l'umanità del giovane domenicano. Distrussero il suo mondo psichico, gli strapparono la pace, iniettarono nel suo subconscio il veleno della paura e della angoscia, profanarono i suoi simboli religiosi, lo resero orfano della sua stessa pazzia. Lo sconvolsero completamente.Come un frutto maturo, egli fu succhiato fino a che non restò altro che il nocciolo triturato. Lasciarono che sopravvivesse perché sperimentasse l'orrore di se stesso.

Il 10 agosto (1999) cadeva il venticinquesimo del martirio di Frei Tito de Alencar Lima. Sotto la chioma di un albero, in una foresta del sud della Francia, trovarono il suo corpo appeso ad una corda, oscillante fra cielo e terra, appunto sabato 10 agosto 1974. Là terminò il rosario dei misteri dolorosi del frate domenicano all'età di 28 anni.

La logica asettica della dottrina ecclesiastica e le premesse cliniche della psicanalisi fallirono di fronte ad un uomo sballottato fra l'orrore e la vita. Salvare l'uno significava perdere l'altra. I sotterranei della dittatura non offrivano alternative. Il prezzo dei silenzio aveva lacerato la sua struttura psichica. La sua preghiera cessò, l'utopia si spense, solo la poesia gli restò come rifugio.

 

L'introiezione dei torturatori lo rese prigioniero di se stesso. I tentativi di cura dì rinomati medici francesi fallirono. La sua anima era stata confiscata dal terrore. Non era soltanto la solitudine di Gesù nel sentirsi abbandonato da Dio. Tito affondò nel delirio, naufrago che, senza appoggio e forze, sa che non gli resta che bere il mare salato.

Nell'impiccarsi, esorcizzò i demoni che il regime militare aveva inoculato nel suo spirito.Partì in cerca di se stesso e, nelle steppe del suo spirito sconvolto, incontrò con certezza Colui a cui aveva consacrato la vita e coi quale divideva la croce.Con il suo gesto temerario, Frei Tito riscattò la dignità di tutti quelli che si uccidono non per viltà, ma per non rassegnarsi alla follia che li rende estranei a loro stessi. Ridotto a pezzi, lo specchio interiore non permette di contemplare amorosamente la propria immagine più intima. Allora si cerca dietro I frammenti il profilo originale. Come figli prodighi, la cui vita è logorata dal dolore, sono accolti in festa dal Padre dell'Amore.

Martedì 17 febbraio 1970 ufficiali dell'esercito prelevarono Frei Títo de Alencar Lima dal presidio di Tiradentes, dove era incarcerato dal novembre 1969, accusato di sovversione: "Tu adesso conoscerai la succursale dell'inferno', gli disse il capitano Maurizio Lopez Lima. Nelle stanze di via Tutoia, un altro prigioniero, Fernando Gabeira, testimoniò il calvario di Frei Tito: per tre giorni appeso al "pau-do-arara" (strumento di tortura), o seduto sulla "sedia dei drago", fatta di placche metalliche e fili, ricevette scosse elettriche alla testa, ai tendini dei piedi e alle orecchie, Gli dettero legnate sulla schiena, sul petto e sulle gambe, gonfiarono le sue mani con staffilate, lo vestirono di paramenti e gli fecero aprire la bocca "per ricevere l'ostia consacrata": scariche elettriche sulla bocca. Spensero le punte delle sigarette sul suo corpo e lo fecero passare dal "corridoio polacco".

Il capitano Albernaz aveva ragione: soffocato dai suoi fantasmi interiori, Tito diventò assente. Udiva continuamente la voce roca dei delegato Fleury che l'aveva arrestato e lo vedeva in tutti i luoghi.

Trasferito al convento de l'Arbresle, costruito da Le Corbusíer nelle vicinanze di Lione, le visioni terrificanti continuarono a minare la sua struttura psichica.

Scriveva poesie: "In luci e tenebre scorre il sangue della mia esistenza / chi mi può dire come è l'esistere / l'esperienza dei visibile o dell'invisibile?"

 

I medici suggerirono di sospendere gli studi per dedicarsi a lavori manuali. Si impiegò come orticoltore in Villefranche-sur-Saone e affittò una piccola camera in una pensione di immigrati, il Foyer Sonacotra, e pagava le spese col proprio salario. Il padrone notò che era indolente, ora allegro, ora triste, risucchiato da un tormento interiore. Nel suo quaderno di poesie scrisse: "Sono notti di silenzio / voci che urlano in un spazio infinito / un silenzio dell'uomo e un silenzio di Dio".

Sabato 1 0 agosto 1974 fra Roland Ducret andò a visitarlo. Bussò alla porta della sua stanza nella zona rurale. Nessuno rispose. Uno strano silenzio incombeva sotto il cielo azzurro dell'estate francese e avvolgeva foglie, vento, fiori, uccelli. Nulla si muoveva. Sotto la chioma di un albero il corpo di Frei Tito, appeso ad una corda, dondolava fra cielo e terra. Aveva 28 anni.

La memoria di Frei Tito può essere rinnovata da noi con le parole che egli scrisse a Parigi il 12 ottobre 1972:

 

 

 

 

 

dal libro "Battesimo di sangue"

Quando seccherà il fiume della mia infanzia

tacerà ogni dolore.

Quando i ruscelli limpidi del mio essere inaridiranno

l'anima mia perderà la sua forza.

Andrò allora alla ricerca di pascoli lontani

là dove l'odio non ha un tetto per riposare.

Là pianterò una tenda ai margini del bosco.

Tutti í pomeriggi mi stenderò sull'erba

e nei giorni silenziosi farò la mia preghiera.

Il mio eterno canto di amore:

espressione pura della mia angoscia più profonda.

Nei giorni di primavera, coglierò fiori

per il giardino della mia nostalgia.

Vincerò così il ricordo di un passato oscuro.