LA TORTURA NEI CONFLITTI INTERNI

“3 Febbraio, campo di Cernokozovo. Qui vengono letteralmente massacrati. Bisogna sentire le loro grida, grida di uomini forti a cui viene rotto tutto ciò che è possibile rompere. Alcuni vengono sodomizzati oppure sono costretti a farlo tra loro. Se esiste un inferno è qui.”

Queste  parole sono tratte da una testimonianza di un anonimo militare russo, che ha preso parte alla guerra civile in Cecenia (Russia) contro gli insorti, che chiedevano una maggiore autonomia per questa regione. Si riferisce alla situazione nei cosiddetti “campi di filtraggio”, formalmente centri di detenzione allestiti dall’esercito russo per i guerriglieri ceceni, in realtà veri e propri centri di tortura dove stupri, pestaggi, percosse anche mortali sono pratiche quotidiane.

Musa, 21 anni, viene arrestato a metà gennaio 2000 e rimane per 3 settimane nel campo di filtraggio di Cernokozovo. E’ picchiato e torturato più volte al giorno, tutti i giorni. Vede arrivare quotidianamente al campo dai 10 ai 15 nuovi prigionieri, tra cui anche ragazze e ragazzi minorenni che finiscono regolarmente per essere stuprati. Una ragazzina di 14 anni, che ha pagato 5000 rubli per poter incontrare la madre, è rilasciata distrutta, dopo quattro giorni di stupri ininterrotti. Uno dei compagni di Musa, 17 anni, ha i denti segati e le labbra ridotte a brandelli; non può mangiare né bere né parlare. Musa viene rilasciato il 5 febbraio, in cambio di 4000 rubli e di due soldati russi detenuti dai guerriglieri ceceni. E’ in pessime condizioni di salute.

La guerra in Cecenia è solo uno dei tanti casi di questo tipo. Infatti dove ci sono conflitti tra forze regolari di un paese e gruppi di insorti , le probabilità che abbiano luogo gravi violazioni dei diritti umani aumentano drammaticamente e gran parte della popolazione rischia di essere vittima. Per questo, c’è chi parla di “guerre contro i civili” anziché di “guerre civili”. L’autorità dello stato si fa assoluta, leggi eccezionali riducono il potere delle amministrazioni locali, “motivi di sicurezza” impediscono agli osservatori internazionali l’accesso alle zone dei combattimenti; al conflitto prendono parte squadre paramilitari, mercenari e bende di criminali comuni. In questa situazione la tortura diventa una potente arma di guerra.

  Altri esempi sono la guerra contro il PKK in Turchia, la guerra civile in Congo, in Sierra Leone, in Sudan e in Kashmir (India), il conflitto con gli estremisti islamici in Algeria, la guerra in Kosovo (Jugoslavia), oppure la guerra civile contro le tigri Tamil in Sri Lanka.