TESTIMONIANZA DI SERGIO BUSCHMANN SILVA, membro del Frente Patriótico Manuel Rodríguez.

"Il prigioniero politico Sergio Buschmann Silva denuncia nelle sue dichiarazioni, davanti agli avvocati, il trattamento che ebbe nelle carceri del regime di Pinochet. Offriamo la versione originale, senza modifica alcuna, di questa testimonianza resa a Santiago del Cile nel novembre del 1986",professione: attore.

<< Venni arrestato all'incirca il 12 agosto (1986) tra Vallenar e Carrizal, giungendo ad un piccolo villaggio chiamato Canto al Agua. Lì fummo arrestati da una pattuglia militare. Questa pattuglia ci fece buttare a terra e, a partire da quel momento, rimanemmo bendati per tutto il tempo che vado a relazionare, approssimativamente 16 giorni. Ci buttarono a terra e ci legarono le mani dietro la schiena; un modo molto particolare di ammanettarci, con un filo molto sottile che veniva fatto passare tra le dita delle mani e i polsi. La circolazione non era quindi normale e le braccia si addormentavano di continuo. Dopo averci tenuto un ora e mezza o due ore, lì fermi, ci fecero salire su un furgone della CNI (Central Nacional de Inteligencia) fino all'aereoporto di Carrizal, credo io. Non posso dare garanzie di ciò, in realtà, perché ci posero tela adesiva ed una benda agli occhi. Non potevo vedere bene, però ebbi l'impressione, per la distanza, che fosse l'aeroporto di Carrizal. Lì ci fecero sedere per terra e accesero un falò accanto a noi. Ci interrogano, nulla di speciale, senza toccarci e ci mantengono fino al giorno successivo accanto al fuoco. Il giorno dopo, in mattinata, si avvicina un ufficiale che era appena arrivato lì con un aereo grande, un aereo da guerra, parlandomi in tedesco. Gli spiego che io da molti anni avevo smesso di parlare tedesco, perché mia madre era cilena e non si usava la lingua di mio padre. Lo parlai fino all'età di otto o nove anni, perché ricevetti l'educazione primaria in un collegio tedesco. Da lì ci fecero alzare, perché come dicevo, giacevamo al suolo, accanto al falò e ci fecero salire sull'aereo. Io pensavo che andassimo a Santiago però non era così. Andavamo a La Serena. Arrivammo a La Serena, all'incirca alle due o le tre del pomeriggio, fu un lungo volo. Io pensavo che andavamo all'estremo sud del Cile o a Santiago, in una zona molto lontana. L'aereo tocca quindi terra, si fermano i motori, si apre la porta e salgono tre uomini. Aprono la porta e uno dice: "E' da un po' che stiamo a terra aspettando" ed immediatamente uno mi solleva la benda e mi dice: "A te ti dovevano fucilare immediatamente nella zona, però io lo farò qui". Non gli risposi nulla; mi tornò a bendare gli occhi e ci fecero sedere all'interno di una auto, un Mercedes Benz, quasi l'ultimo modello, con la quale ci trasferirono alla caserma della CNI a La Serena. Lì, appena arrivai, gli interrogatori di sempre, e dopo avermi scaraventato per terra, iniziarono a formare un cerchio attorno a me gridando. Tutti mi davano calci e pugni, mi facevano girare attorno al cerchio, o meglio, loro giravano attorno a me e mi lasciavano al centro del cerchio. Successivamente mi fanno passare alla stanza della tortura. Mi fanno passare in un primo locale, dove mi fanno sedere ed iniziano a colpirmi, un colpo a testa per tutti i presenti. Questa tortura consisteva nel girare attorno a me ed a turno qualcuno mi dava un colpo con la mano aperta al volto. Credo di aver perso una o due volte la conoscenza. Mi gettavano acqua e riprendevo i sensi. Da lì, poi, mi portano ad una stanza vicina, mi svestono e mi collocano nella cosiddetta "parrilla" (griglia), una specie di letto, dove mi legano e mi collocano elettrodi alle dita dei piedi. Successivamente alla sessione nelle dita dei piedi, mi aggiungono altri elettrodi alle ginocchia. Dopo aver fatto una, due o tre repliche di scariche elettriche anche alle ginocchia, mi pongono un elettrodo alla testa del pene e un altro ai testicoli e continuano ancora cinque o sei volte. Ad un tratto portano un compagno, Rafael Pascual, che obbligano ad assistere alla mia tortura e gli domandano alcune cosa davanti a me. Lo portano via e continuano con me, no so per quante sessioni ancora. Non persi la conoscenza, però furono varie sessioni perché già andavo perdendo sensibilità al corpo. Da lì, interrompono, mi vestono e mi portano al cortile del recinto della CNI. Rimango nel cortile aspettando, ascolto la tortura di vari compagni e nella notte mi fanno dormire in piedi. Io dormì in piedi tutte le notti meno gli ultimi due giorni. Mi fanno dormire in piedi davanti ad una porta, credo che fosse la porta del dormitorio. Il giorno dopo, di mattina, si dà una pratica che si diede per tutti i primi cinque giorni, pratica che consisteva nell'appendermi e darmi colpi. Avevano come un barometro loro, che era quando mi usciva sangue dal naso, quando sanguinavo dal naso e dalle orecchie. Io vedevo che quando sentivo qualcosa di caldo uscire dal naso e dalle orecchie, si calmavano e mi abbassavano, o se mi stavano picchiando per terra, smettevano di picchiare. Questo per tutto il giorno. Ogni volta che mi usciva sangue, mi lasciavano riposare. Non so per quanto tempo, poi passavamo ad un nuovo turno, o appeso o per terra; dipendeva dal loro umore. No so quale fosse la ragione, perché le due cose erano terribili; tanto che io in piedi già non potevo sostenermi da solo. Quindi, era per terra oppure mi sollevavano, mi appendevano. Questo avvenne mattina e sera per tre o quattro giorni. Tutti i giorni la stessa pratica. Al quarto giorno, qualcuno mi spiegava quì, qualcuno dei compagni, che sembra che mi passò vicino un topo o vidi o sentì un topo e mostrai una qualche reazione strana ai topi, quindi mi misero un topo nella bocca, mi misero topi all'interno della camicia, nella camicia che indossavo, fermandola in basso con i pantaloni e fermando i pantaloni con le calze che indossavo. Me lo fecero per tutto il giorno e ritornarono a farmelo al giorno seguente. Ovvero, diciamo che la sessione dei topi era alternata a quella dei colpi che erano, torno a ripeterlo, o appeso o quando potevo stare in piedi, in piedi o per terra. Naturalmente a partire dal secondo giorno cominciarono a dirmi che con l'aereo sarebbero arrivate le mie due figlie e la mia attuale compagna, cosa che non successe mai, però me lo ripetevano in modo permanente, che le avrebbero portate e che le avrebbero torturate davanti a me. Arrivarono anche a darmi i loro indirizzi, a parlarmi del lavoro della mia attuale compagna, del padre di lei, con cui ero molto amico, eravamo come fratelli, ed a narrarmi movimenti che erano abbastanza reali, che facevano le mie figlie e la mia attuale compagna in quel momento, dicendomi che in qualsiasi momento sarebbero arrivate, che già era stato dato l'ordine della CNI di imbarcarle su un aereo. Lo stesso dicevano di mia madre, una donna di 86 anni che era invalida, cosa che non fecero mai. Però quello che scoprì fu, quando arrivai qui a Santiago, che si avevano arrestato la mia compagna. Non la portarono a La Seréna, però la sequestrarono per un giorno. La sequestrarono alle cinque o sei della mattina e la liberarono alle otto della sera. Venne portata nelle caserme di República e Borgoño. Non la torturarono, solamente la torturarono psicologicamente, diciamo, bendata, legata ad una sedia ed interrogata. Fondamentalmente sulla gente, affinchè fornisse nomi di persone che io conoscevo. Successivamente fecero una irruzione nella mia casa, durante la quale si portarono via le fotografie e tutto ciò che consideravano importante. Quindi mi trasferiscono a Santiago, mella caserma centrale della CNI di Borgoño, dove ricevo tortura psicologica e nulla di più, ascoltando la tortura di altri compagni e continuando ad essere minacciato di essere torturato. Non capisco perché mi minacciavano quando io già ero più o meno abituato, diciamo al fatto, però entravano nella stanza ogni 20 minuti, o ogni mezz'ora, cosa che oramai non sortiva in me alcun effetto, perché avevo visto, un poco tra le bende degli occhi, durante un opportunità che ebbi andando al bagno, che nella mia porta c'era una scritta grande come metà porta che diceva: "non toccare". Ovvero, io credo che già avevano più o meno chiaro che stavamo nella fase cosmetica, ovvero, nell'aggiustamento dell'aspetto del prigioniero, quando questi è consegnato all'avvenimento pubblico. Ed era così; al secondo giorno che sono lì, mi si avvicina uno molto timoroso, che mi chiedeva di non guardarlo, perché io lo conoscevo, diceva lui. Lui conosceva la mia carriera artistica. Credo che potesse essere un qualche attore che lavora per la CNI. Non riconobbi la sua voce, però mi disse la stessa cosa che mi disse poi Téllez, chiamato capitano a La Serena. Mi disse lo stesso: "guarda, la vita cambia, oggi tu sei il recluso, domani posso essere io; quindi voglio che facciamo un patto", mi disse: "io ti informo di tutto quello che ti succederà quì e un giorno tu mi restituirai lo stesso favore". Certo, gli dissi io, certamente, e dopo mezz'ora tornò alla cella e mi disse: "Effettivamente, non preoccuparti, non ti toccheranno, perché quello che stanno facendo è alimentarti bene. Dopo ti laveranno, perché da qui passi al Tribunale Militare e da lì al carcere pubblico"; cosa che è stata reale. Questo sarebbe il mio racconto. Mi piacerebbe chiarire che non tutti gli organismi sono uguali ed io l'ho vissuto. Io ho vissuto più o meno gli stessi fatti, o forse un poco più duri o comunque a questo livello di barbarie, nell'anno 1976 nelle mani del FACH (l'aviazione militare cilena), nella base aerea di Colina, e successivamente mi costò circa un anno reintegrarmi alla mia professione, perchè avevo dei vuoti mentali. Quando interpretai la prima opera teatrale dopo tutto ciò, ebbi tre vuoti molto grandi sul palcoscenico e lì dovetti fare molti esercizi di memoria e concentrazione e solamente il tempo, solo dopo due anni, mi sentì psicologicamente normale. E' l'unica inquietudine che ho; nessuna di altro tipo, perché dormo perfettamente e, più di ogni altra cosa sento ripugnanza per questo tipo di agenti. Questo tipo di personaggi batteriologici non mi producono altra sensazione. Chiarisco questo, perché in questo momento ho nuovamente vuoti, o meglio non ho chiara la cognizione del tempo. I compagni dicono che non furono cinque giorni durante i quali mi torturarono senza soste, ma dieci o dodici, può essere. Non ho chiarezza sui periodi del tempo. L'altro giorno stavo parlando di un totale di isolamento di undici giorni. In totale sono 26, credo, o 27 non so quanti; non ho chiarezza sul tempo. Bene, per terminare quello che vorrei manifestare è che quando uno ha sofferto pene fisiche o psichiche, da gente della immoralità dei membri della CNI e dei Tribunali Militari, voglio dire, che semplicemente mi sento orgoglioso di essere nemico di questi e vi spiego il perché: A noi il Giudice ci ha ricevuto venendo direttamente dall CNI. L'aguzzino, diciamo, chiedeva di ratificare nuove informazioni, quello che si è detto, nel momento in cui il detenuto ha appena finito di essere stato torturato per 16, 17 o 18 giorni. Non ervamo passati da nessun carcere, ma direttamente, per la prima volta ci tolgono la benda davanti alla porta del Tribunale Militare dove, momenti dopo, ci riceve il Giudice Militare. Ciò denota l' "altura morale" dei giudici, che ricevono la gente quando questa viene dalla tortura della scossa elettrica, o quando viene dalle forme più bestiali di tortura. Non trovo, quindi, nessuna differenza tra un giudice ed un uomo che esegue la tortura per la CNI. Per me sono esattamente la stessa cosa, ed anzi, considero più indegno il giudice, perché questo attende senza toccare, senza muovere le sue mani, una volta che si è ordinato di torturare. Attende il torturato direttamente dalla stanza della tortura alla sua scrivania. Bhè, quando mi riferisco a queste persone che sono di fiducia del regime, credo di stare dando il tenore della morale di questo sistema, al quale non concedo neanche un centimetro dei miei diritti perché possa giudicarmi. Al contrario, mi considero io un accusatore di questo regime assassino, bestiale, che inizia con l'assassinio del Presidente della Repubblica.

Sergio Buschmann Silva