Russia: Giustizia in Rosso.

RUSSIA: Giustizia In Rosso
    Violazione dei Diritti Umani nella Federazione Russa

Russia: Giustizia in Rosso. Violazione dei Diritti Umani nella Federazione Russa

RUSSIA: Giustizia In Rosso   La Situazione Dei Diritti Umani In Cecenia   RUSSIA: Giustizia In Rosso

GUERRA IN CECENIA:
UNO SPECCHIO DEI NOSTRI TEMPI.

Le terribili immagini del sequestro degli ostaggi nel teatro Dubrovka di Mosca hanno riportato di attualità in questi mesi il problema della guerra in Cecenia: si tratta di una terra di cui molti conoscono le vicissitudini recenti solo per sommi capi, compresi noi che per conto di Amnesty International ci siamo avvicinati alla storia di questa regione, pochi hanno avuto occasione di vederla addirittura per immagini; tutti comunque fatichiamo a comprendere i motivi profondi dell'accanito ed ostinato confronto che da ormai un decennio vede di fronte le truppe della Federazione Russa e la guerriglia cecena.
L'undici settembre 2001 ha cambiato anche lo scenario di questo conflitto: il governo russo ha cercato di connotare quella che prima era una guerra di 'indipendenza' come una delle battaglie della più ampia guerra globale al terrorismo, associando in qualche modo la forte presenza musulmana nella regione caucasica con quella della rete terroristica di Al-Qaeda: i recenti fatti del teatro Dubrovka confermano che vi sia una connotazione terroristica di stampo integralista nell'indipendentismo ceceno, tuttavia è necessario ricordare che la guerra si protrae dal 1994, ben prima che si avesse anche solo notizia di Bin-Laden e dei suoi progetti.
Della storia della regione e di come il fondamentalismo islamico abbia attecchito potete leggere nella sezione del sito appositamente creata: si tratta di una piccola ricerca storica, chiaramente condotta senza la pretesa di esaurire un discorso ben più ampio, al solo scopo di stimolare l'approfondimento sul tema e fornire una visione di base del problema ceceno.

D'altronde, il discorso che Amnesty International vuol portare avanti con la campagna "La Federazione Russa. Giustizia per tutti" è, come suo solito, finalizzato al rispetto dei diritti umani. Non vogliamo entrare nel merito del dibattito se sia giusto o meno condurre una guerra per sgominare una minaccia terroristica, per riannettere una regione che vuole l'indipendenza e quindi salvare per quanto possibile l'integrità della Madre Russia, oppure semplicemente per mettere le mani su un po' di petrolio; AI non intende prendere nemmeno una posizione intransigente e rigida contro l'uso delle armi in ogni situazione, purché si tratti di un uso proporzionato alla minaccia, fortemente motivato, approvato dalle Nazioni Unite e condotto da Quelle nel rispetto delle Convenzioni internazionali; AI ha interesse esclusivo per il rispetto dei diritti umani.

Per diritti umani intendiamo quelli sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, a partire dal diritto fondamentale alla vita, alla integrità fisica fino alla libertà di pensiero, di espressione e via dicendo. AI ritiene che non ne sia mai giustificata la violazione, in nome di nessun ideale: spesso si sente dire che un'azione risoluta, violenta -nel senso proprio del mancato rispetto dei diritti umani- una tantum possa avere un effetto benefico; ebbene, AI é dell'opinione che il mancato rispetto delle libertà fondamentali generi altro mancato rispetto delle libertà fondamentali, come dire che non esiste pace senza giustizia, intesa proprio come rispetto di quei Principi che abbiamo citato.

Nello specifico, dalle numerose testimonianze di cui siamo in possesso, dal lavoro dei ricercatori di AI, vale a dire persone che si recano in loco per valutare di persona la situazione, si evince chiaramente che nel conflitto in Cecenia sono violati i diritti umani fondamentali: certamente da parte del terrorismo ceceno, come é sotto gli occhi di tutti, ma anche da parte delle forze armate e dalle istituzioni della Federazione Russa.
AI ritiene suoi interlocutori i governi degli Stati di tutto il mondo, pertanto rivolge il suo sforzo di pressione nello specifico in direzione delle istituzioni russe; non si consideri una sottovalutazione delle responsabilità della parte cecena nel conflitto il fatto che la nostra azione di lobby non sia diretta anche contro la resistenza alle Forze Armate russe: si tratta infatti di gruppi armati che non hanno una rappresentanza, una sede, anche solo un canale di comunicazione che ci consenta di interloquire con loro; si tratta di soggetti al di fuori del controllo di qualunque istituzione internazionale, che quindi sarebbe impossibile richiamare al rispetto di Convenzioni o trattati che non hanno mai sottoscritto.
L'idea della campagna promossa da AI é inoltre quella di inserire le violazioni del diritto internazionale compiute nel conflitto in Cecenia nel più ampio contesto delle violazioni delle libertà fondamentali compiute nel territorio della Federazione Russa; benché nel corso degli ultimi dieci anni esse siano state sensibilmente ridotte, la distanza che separa ancora la situazione in Russia da uno standard accettabile in materia di diritti umani é notevole. Tutto ciò stride fortemente con l'avvio del processo di avvicinamento all'Occidente che l'amministrazione russa ha intrapreso negli ultimi anni; noi tutti ricordiamo che é stata posta come condizione necessaria all'ammissione della Turchia nella UE l'abolizione della pena di morte: la tessitura di nuovi e più stretti rapporti diplomatici con la Russia dovrebbe avere come primo e principale effetto proprio l'affermazione dello stato di diritto nel Paese.


LIBERTA' DI STAMPA.

Vogliamo soffermarci prima sul tema della libertà di stampa, non perché sia il più importante, l'emergenza primaria, ma perché forse é quello che lega più strettamente la nostra esperienza quotidiana con il problema del conflitto ceceno.
Se ci pensiamo un attimo, ci accorgeremo di come la guerra in Cecenia sia fortemente trascurata dai mezzi di informazione internazionali. Forse perché non muove grandi dibattiti, quindi cattura l'attenzione di poco pubblico ed una notizia con poco appeal ha poco risalto: capita di sentire parlare di guerra 'dimenticata', inteso come scartata dalla grande macchina dell'informazione mondiale. Il caso del conflitto in Cecenia non é propriamente o almeno non é esclusivamente un caso di questo tipo: la scarsezza di informazione é imputabile principalmente alla penuria di notizie disponibili sugli avvenimenti del piccolo territorio caucasico. Abbiamo infatti innumerevoli testimonianze che lamentano la mancanza di libertà di stampa in particolare per i fatti riguardanti le operazioni militari in Cecenia; per esempio, alcuni di voi ricorderanno il caso dell'uccisione in Georgia del giornalista di Radio Radicale Antonio Russo: ebbene, qualche tempo dopo il giornale inglese The Observer titolava: "Antonio Russo (giornalista di Radio Radicale) e' stato ucciso dai servizi segreti di Putin? Trovato morto vicino a un passo di montagna caucasico, potrebbe avere scoperto troppo sulle atrocità in Cecenia". Antonio Russo non è l'unica vittima tra i giornalisti nel conflitto; ben 14 sono morti dal '94 in Cecenia e casi fortunatamente meno tragici, come quello di Andreij Babitskij, illustrano ancora le difficoltà e i problemi dell'informazione in questo paese.
Andreij Babitskij é un giornalista russo che lavora per Radio Liberty, inviato per vario tempo in Cecenia; é stato non solo fermato ma poi arrestato e messo in un campo di concentramento e gli è stato impedito anche di uscire dalla Federazione russa, se non quando, recentemente, gli è stato restituito il passaporto: si é trattato di un errore giudiziario, che comunque ha consentito ad Andreij di verificare di persona il trattamento a cui é sottoposto un prigioniero ceceno. Innumerevoli testimoni sostengono che le condizioni di lavoro per i giornalisti là siano inaccettabili, non potendo accettare che ufficiali russi controllino di continuo i giornalisti e che essi lavorino, non dico ai loro ordini, ma senza avere libertà di movimento. In questo senso essi dicono che i Russi la guerra l'abbiano vinta: in senso letterale no, ma sul piano della propaganda purtroppo sì, vale a dire che oggi l'opinione pubblica non sa un granché di quel che succeda in Cecenia: perché i giornalisti russi in Cecenia ci sono, ma sempre meno, e quando ci sono praticamente stanno con le forze armate russe, non vanno dall'altra parte della barricata, non hanno libertà di movimento e neanche ci provano, in gran parte. Non solo; sono molti a riferire che il Ministero della Stampa e dell'Informazione penalizza coloro che hanno contatti con i giornalisti stranieri: per esempio alcuni giornalisti occidentali che hanno portato documenti che testimoniavano esecuzioni capitali effettuate da ufficiali russi si sono visti ritirare l'accredito nella Federazione Russa. Non è solo la libertà di parlare di Cecenia che è negata ai giornalisti, sia russi che stranieri: in questo senso, la campagna di propaganda iniziata dal governo Putin molto tempo prima della ripresa delle azioni militari in Cecenia è stata coronata dal successo.
Il problema di fondo non é accertare da parte dell'opinione pubblica europea quante e quali delle notizie di violazioni che filtrano siano fondate: questo sarebbe compito esclusivo delle amministrazioni russe; il nodo della questione consiste proprio nel fatto che le autorità russe non hanno fatto nessun passo significativo per chiarire le circostanze della morte di Antonio Russo e di altri giornalisti: comunque non si muovono nel senso di favorire la libera circolazione delle idee e delle informazioni in generale, e sull'argomento guerra in Cecenia in particolare.
Un ulteriore colpo alla libertà di stampa è stato inferto dai recenti avvenimenti del teatro Dubrovka: sull'onda creata dalla terribile impressione che hanno infuso nell'opinione pubblica le immagini dei terroristi e degli ostaggi, si è criticato il ruolo dei mezzi di informazione, rei di fornire una eccessiva cassa di risonanza alle iniziative dei guerriglieri indipendentisti, invogliandoli quindi ad azioni il più possibile spettacolari e, a loro modo, ''televisive''; il Parlamento russo ha dunque approvato leggi speciali anti-terrorismo, atte a mantenere segreto quanto più possibile delle operazioni militari effettuate dalle truppe nell'ambito del conflitto ceceno.


ASSALTO AL TEATRO DUBROVKA:
LA POSIZIONE DI AMNESTY.

FEDERAZIONE RUSSA: IL SEQUESTRO DEGLI OSTAGGI, "ANCORA UN ALTRO ESEMPIO DI MANCATO RISPETTO DEI DIRITTI UMANI". AMNESTY INTERNATIONAL LANCIA A MOSCA UN NUOVO RAPPORTO SULLA VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI IN RUSSIA.

Mosca - In occasione del lancio di un nuovo rapporto sulle violazioni dei diritti umani in Russia, Amnesty International ha definito il sequestro degli ostaggi al Teatro Dubrovka "un altro esempio della clamorosa mancanza di rispetto per i diritti umani della gente comune" nella Federazione Russa.

Irene Khan, Segretaria Generale di Amnesty International, ha espresso il proprio dolore per le vittime ed ha trasmesso condoglianze e solidarietà alle famiglie devastate dalla tragedia e a coloro che ne hanno subìto le conseguenze fisiche e psicologiche. Ha poi ammonito che il conflitto in Cecenia ha già prodotto un tragico bilancio di sangue: le autorità devono garantire il rispetto dei diritti umani di tutti i civili, sia russi che ceceni.

Il rapporto reso noto oggi dall'organizzazione per i diritti umani, Federazione russa: giustizia negata, denuncia l'ampia estensione delle violazioni dei diritti umani in Russia e descrive come le vittime non riescano ad ottenere giustizia e siano esposte ad ulteriori abusi, i cui autori rimangono regolarmente impuniti e sono lasciati liberi di commettere ulteriori violazioni.

Lanciando la sua prima campagna sul paese, Amnesty International ha chiesto misure immediate per combattere "un ciclo fatale di abusi dei diritti umani in Russia".

"La terrificante vicenda della presa degli ostaggi è un richiamo terribile alla irrisolta situazione della Cecenia. Abbiamo condannato questo atto criminale, che per noi è uno spregevole abuso dei diritti umani" - ha affermato Irene Khan.

"Questa presa di ostaggi di massa rappresenta ancora un altro oltraggioso abuso dei diritti umani, derivante da un conflitto che ha causato profonde sofferenze a tutte le parti coinvolte, in un paese dove gli abusi sono comuni e riparare ad essi è una rarità" - ha proseguito la Segretaria Generale di Amnesty International. "Quando si pensa agli abusi dei diritti umani in Russia, viene subito in mente la Cecenia. Ma ciò che è meno noto è che lo stesso clima di impunità che caratterizza il conflitto ceceno pervade purtroppo l'intero sistema russo di giustizia penale".

Il rapporto di Amnesty International presenta casi di violazioni dei diritti umani in tutto il paese: torture nelle stazioni di polizia; condizioni crudeli, inumane e degradanti nelle prigioni, malsane e sovraffollate; violenza razzista contro gli appartenenti a minoranze etniche e religiose e nei confronti di cittadini stranieri; sequestri, "sparizioni" e torture - stupri compresi - in Cecenia.

"In Russia oggi esiste un pernicioso ciclo di abusi dei diritti umani. Se il presidente Putin vuole promuovere il ruolo della Russia come un attore globale, deve iniziare garantendo in modo concreto giustizia e diritti per tutti" - ha aggiunto Irene Khan, sottolineando che in questo momento cruciale della storia russa il presidente Putin deve mostrare una leadership politica internazionale e non commettere gli stessi errori dell'Occidente, limitando i diritti umani in nome della lotta contro il 'terrorismo internazionale'.

"Il presidente Putin non deve usare l'argomento della 'guerra al terrorismo' per evitare di affrontare la questione della giustizia negata, che riguarda tutti i settori della società russa".

Amnesty International raccomanda una serie di riforme immediate e chiede alle autorità russe e alla comunità internazionale di agire in tale direzione. Queste misure comprendono l'introduzione del reato di violenza domestica, l'istituzione di un organo indipendente d'inchiesta sugli atti di tortura e l'eliminazione di tutti quei dati personali dal passaporto e dal sistema di registrazione che costituiscono la base di una sistematica discriminazione.


GUERRA:
LA POSIZIONE DI AMNESTY INTERNATIONAL.

Progetto di decisione della posizione di Amnesty International nei confronti della guerra, dell'uso delle forze armate e degli interventi umanitari.

Il consiglio internazionale:

tenuto conto dell'articolo 24 della Carta delle Nazioni Unite il quale proibisce il trattamento e l'uso di forze armate fra stati ("Tutti i membri devono astenersi nelle relazioni internazionali dall'uso e dal trattamento di forze armate nei confronti dell'integrità territoriale o dell'indipendenza politica di ciascuno stato e deve inoltre evitare qualsiasi azione che non sia pertinente allo scopo delle Nazioni Unite);
tenuto conto anche che l'impiego delle forze militari, sin dalla Seconda guerra mondiale ha provocato innumerevoli danni causando molte più vittime tra i civili che fra i militari;
tenuto conto che l'articolo 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani afferma: "Ciascun uomo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza personale" e che questi diritti, pur essendo tra i più importanti tra quelli contenuti nella Dichiarazione, sono fortemente violati durante le azioni militari contro qualsiasi stato, territorio o stato neutrale;
tenuto conto che Amnesty International, pur non prendendo una ferma posizione contro l'uso delle forza militari, ha tuttavia denunciato indiscriminati e smisurati attacchi che hanno colpito civili, richiesto il bando delle mine anti-uomo, effettuato inoltre ricerche private sullo stato di salute e sui rischi ambientali avanzati dall'uso delle armi ad uranio impoverito e vietato l'uso di bombardamenti nelle vicinanze di agglomerati civili;
tenuto conto che, se il fondamentale scopo di AI rimane la salvaguardia di ogni individuo contro gravi violazioni dei diritti umani, la sua posizione contro l'intervento delle forze militari risulta non essere più né sufficiente né credibile;
tenuto conto che talvolta casi di violazione dei diritti umani costituiscono pretesto per attaccare un Paese con una forza armata anziché adoperarsi per trovare diversa alternativa d'opposizione a suddetti tipi di violazioni;
consapevoli che in caso di guerra civile o altro conflitto che causino gravi violazioni dei Diritti Umani è necessariamente richiesto l'intervento delle forze armate delle Nazioni Unite affinché possano porre fine ai contrasti e ristabilire la pace;
consapevoli inoltre che in certe occasioni le forze delle Nazioni Unite stesse, responsabili del mantenimento della pace, hanno pur commesso gravi violazioni dei Diritti Umani e che tanto le singole unità quanto l'intero esercito dovrebbero farsi garanti della salvaguardia dei diritti umani;

DECIDE che AI condanna l'impiego delle forze militari da parte di qualsiasi Stato, Stati alleati o Stato neutrale contro qualsiasi altro stato sia neutrale che non, sia contro territori propri o stranieri qualora non ci fosse alcuna giustificazione di auto-difesa nei confronti di attacchi militari diretti;
DECIDE che in qualsiasi conflitto, sia pur in casi di auto-difesa, AI condanna l'uso delle armi che potrebbero ferire o uccidere i civili, o provocare danni all'ambiente stesso in cui essi vivono (armi e bombardamenti);
DECIDE che in casi di gravi violazioni dei diritti umani AI possa schierarsi a favore dell'intervento delle forze di pace delle Nazioni Unite a condizione che queste truppe ricevano istruzioni appropriate circa il rispetto dei diritti umani nei territori di conflitto.


OMICIDI E SPARIZIONI. IMPUNITA'.

Inutile dilungarsi in ovvie considerazioni sulla necessità della garanzia dell'integrità fisica per ogni cittadino e della certezza della pena; meglio far parlare i fatti, secondo quanto raccolto dai ricercatori di AI in loco:

La diciottenne Kheda (Elza) Kungaeva venne rapita dalla sua casa nel villaggio di Tangi-Chu, a sud della capitale Grozny, la notte del 26 marzo 2000 da soldati russi sotto il comando del Colonnello Yury Budanov. I suoi familiari non l'hanno più vista viva da allora. Il colonnello ha condotto Kheda Kungaeva nella sua tenda, sembra per interrogarla, e l'ha strangolata. Il suo corpo è stato ritrovato n una discarica del suo paese. L'autopsia del medico patologo del Ministero della difesa ha stabilito che la ragazza aveva subito violenza anale e vaginale, circa un'ora prima della morte. Il colonnello Budanov è stato arrestato il 30 marzo 2000. Durante le indagini ha ammesso di averla uccisa, ma ha sostenuto di aver agito in stato di temporanea insanità mentale, L'accusa ha ignorato le prove esistenti sul fatto che la ragazza fosse stata violentata prima di essere uccisa. Il colonnello è stato incriminato per omicidio, sequestro di persona e abuso di potere. Il processo al colonnello Budanov è cominciato nel febbraio 2001. Si tratta del primo ufficiate dell'esercito processato per crimini contro i civili dall'inizio del secondo conflitto in Cecenia, nel 1999. Il colonnello Budanov è stato sottoposto a diversi controlli psichiatrici nel corso del processo. Un esame psichiatrico svolto dal centro statale Serbsky, nel settembre 2001, ha sostenuto la tesi di Budanov. Ciò significa che, se il colonnello sarà incriminato, riceverà una pena molto ridotta. Nonostante egli abbia ammesso di aver ucciso la ragazza il colonnello gode ancora del sostegno pubblico e militare. Ad esempio, durante la prima settimana del processo il generale Vladimir Shamanov si è recato in tribunale per stringere la mano al collega. Quest'atteggiamento è indicativo di quali immensi ostacoli le vittime (e i loro familiari) di gravi violazioni di diritti umani in Cecenia trovino sulla loro strada per la giustizia.

lI 9 novembre 2001 alcuni soldati russi fecero irruzione in una casa del paese di Kerzhen-Yurt, in Cecenia, dove cinque ragazze e due donne stavano dormendo. Le due donne, Aset Yakhiaeva (nota anche come "Zargan'), di 45 anni, e Milana Betirgirieva (nota anccome 'Ainat"), di 21, erano in paese per dare aiuto per i preparativi delle nozze della figlia di un vicino. I soldati partecipavano a un raid nel paese. Secondo le testimonianze, i soldati tolsero elettricità alla casa. Mentre le ragazze terrorizzate urlavano, i soldati minacciarono di ucciderle, poi puntarono le torce sui loro volti mentre discutevano fra loro su quale dovessero violentare. Una delle ragazze ha dichiarato ad Amnesty lnternational che un ufficiale entrò nella stanza gridando ai soldati di non toccarle. Dopo che i soldati se ne furono andati, le ragazze corseroo nella stanza dove dormivano le due donne, Aset Yakhiaeva e Milana Betirgirieva. La stanza era vuota. Le ragazze trovarono alcuni vestiti, una gonna, una camicetta fuori dalla casa, nella strada. Non ci sono notizie delle due donne da allora. Sono ''scomparse''.

''Nonostante le prove schiaccianti di stupri ed altre forme di violenza sessuale commessi dalle forze armate russe in Cecenia, nella maggior parte dei casi il governo della Federazione Russa non ha fatto nulla per avviare le indagini necessarie e per portare in giudizio i responsabili di tali abusi''.

Relatore speciale dell'ONU sulla violenza contro le donne, febbraio 2001


PROFUGHI.

Anche la guerra in Cecenia, come molte altre, ha mosso un numero considerevole di rifugiati e di sfollati. Una gran parte di questi vive ormai da tempo in appositi campi in Inguscezia: dall'inizio del secondo conflitto sono circa 100.000 i Ceceni che attendono dalla vicina regione che la situazione interna si stabilizzi.


DISCRIMINAZIONE.

I cittadini ceceni sono da sempre considerati in Russia cittadini di 'serie B'; il discorso si inserisce nel più ampio quadro del mancato rispetto dei diritti umani delle minoranze, per cui rimandiamo all'apposita sezione del sito. Qui ci basti accennare al fatto che ai cittadini ceceni non è consentita la libera circolazione all'interno della Federazione Russa: per esempio, anche solo per recarsi nella capitale Mosca, essi devono richiedere un visto, come non accade ai 'normali' cittadini russi. Analogamente, è impedito loro di possedere beni all'esterno dei confini del territorio ceceno stesso.
Alla semplice discriminazione si é aggiunto più di recente l'atteggiamento di sospetto dovuto ai recenti sviluppi del rapporto con la Cecenia in senso terroristico.


COSA CHIEDE AMNESTY INTERNATIONAL AL GOVERNO RUSSO.

Conflitto armato. Sulla legittimità della difesa dell'integrità dei cittadini russi a fronte dei recenti attentati terroristici nessuno discute. Tuttavia, molti fattori fanno pensare che nei confronti del popolo ceceno sia in atto una punizione collettiva:

''...l'attuale livello di distruzione fa pensare che Grozny sia stata il bersaglio di bombardamenti indiscriminati e sproporzionati da parte delle forze russe''.

Lord Judd, membro del Comitato per gli affari politici dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, aprile 2000


Profughi. Amnesty International condanna ogni tentativo di far rientrare i profughi interni della Cecenia in modo forzato fino a quando non sarà ristabilita la sicurezza all'interno della regione. Le organizzazioni per i diritti umani sono venute a conoscenza del fatto che le autorità russe avrebbero pianificato il rientro dei civili per la fine di gennaio 2003: tuttavia, già il primo dicembre 2002 è stato chiuso il campo di Aki Yurt, decisione che parrebbe anticipare decisioni nel senso che si è detto. Al loro rientro, molte di queste persone troverebbero le loro case distrutte, senza le condizioni basilari per la sussistenza, correndo oltretutto il rischio di torture, maltrattamenti, e ''sparizioni'', come è accaduto spesso a civili ceceni, da parte delle forze sovietiche e dei combattenti ceceni.
Il risarcimento promesso dalle autorità russe ai rifugiati che ritornino alle loro case non può sostituire gli obblighi a livello di garanzia di rispetto dei diritti umani e della legge umanitaria che il governo russo ha nei confronti del popolo ceceno. ''Temiamo che la chiusura del campo di Aki Yurt diventi un precedente in vista di ulteriori chiusure'' dice Nicola Duckworth, direttore del Programma Europa.

Libertà di stampa. Amnesty International ha sollecitato i legislatori russi a rispettare gli obblighi derivanti dagli accordi internazionali e dalla Costituzione in materia di liberta' di espressione. "Apprezziamo la decisione del presidente Putin di porre il veto sulle proposte di emendamento riguardanti la copertura giornalistica delle situazioni estreme" - ha affermato Amnesty International. "Tuttavia, i parlamentari russi devono assicurare che ogni modifica alle leggi in vigore sui mezzi d'informazione e sulla 'lotta al terrorismo' sia in linea con gli standard internazionali che tutelano il diritto del pubblico a ricevere informazioni su cui formare le proprie opinioni".
I giornalisti e le organizzazioni per i diritti umani hanno elogiato il presidente Putin per essersi opposto agli emendamenti presentati all'indomani della vicenda del sequestro degli ostaggi del teatro Dubrovka. Questi emendamenti avrebbero imposto un rigido freno alla copertura giornalistica di situazioni analoghe e degli eventi in corso o relativi alla Cecenia ed avrebbero impedito ai mezzi d'informazione di identificare appartenenti alle forze speciali e alle unita' di crisi senza il permesso di questi ultimi. La liberta' d'informazione e' riconosciuta come diritto umano fondamentale in testi ed accordi internazionali quali la Dichiarazione universale dei diritti umani, il Patto internazionale sui diritti civili e politici e la Convenzione europea sui diritti umani. Amnesty International ricorda ai legislatori russi che Mosca ha sottoscritto questi documenti internazionali, la cui supremazia sulla legislazione nazionale e' ribadita dalla stessa Costituzione del paese.Secondo Amnesty International, "le restrizioni nei confronti dei mezzi d'informazione possono essere facilmente sfruttate per esercitare pressione sui giornalisti, soffocare il dibattito pubblico e la critica e incoraggiare l'impunita' e la corruzione".

Gli emendamenti legislativi sono stati presentati in gran fretta sull'onda del sequestro degli ostaggi nel teatro Dubrovka di Mosca, conclusosi con la morte di circa 150 persone. Le autorita' russe hanno criticato la decisione di alcuni mezzi d'informazione di mandare in onda interviste con i sequestratori e con esponenti ceceni durante il sequestro ed hanno imposto limitazioni sulla copertura giornalistica della crisi. Gli emendamenti sono stati criticati dalle organizzazioni per i diritti umani come un tentativo di introdurre la censura e di minare la liberta' di espressione.


 
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